Pensare al matrimonio in termini di ciò che è equo o iniquo può creare una visione binaria della relazione, secondo un’analisi cofirmata dalla relationship coach e dottoranda Galit Romanelli. In questo quadro, il resoconto di un partner diventa la verità, mentre quello dell’altro viene trattato semplicemente come un’opinione contrapposta.

L’articolo illustra l’idea attraverso Alice e Dov, una coppia che ha aperto il proprio matrimonio dopo 20 anni insieme e tre figli. Dov ebbe una relazione extraconiugale insoddisfacente che si concluse con un conflitto, mentre il tentativo iniziale di Alice di trovare un altro partner non ebbe successo. Dopo aver chiuso il matrimonio, Alice in seguito chiese di riaprirlo per sé durante un lungo viaggio di lavoro.

Quando il legame di Alice con un altro uomo diventò più emotivo, Dov iniziò a sentirsi sempre più angosciato. Sosteneva che l’accordo fosse ingiusto perché la sua relazione era stata limitata e interrotta rapidamente, mentre quella di Alice era sia consentita sia destinata a durare più a lungo. Sebbene Alice offrisse motivazioni sul perché fosse arrivato il suo turno, la disputa non risolse l’insicurezza alla base della sua obiezione.

Gli autori distinguono tra uguaglianza, equità e giustizia distributiva. L’uguaglianza implica la stessa quantità o lo stesso trattamento per entrambi i partner, mentre l’equità è un giudizio soggettivo su ciò che ciascuna persona merita. La giustizia distributiva, al contrario, implica l’adattamento delle responsabilità e degli accordi affinché entrambi i partner possano incontrarsi sullo stesso piano, anche quando le loro esigenze, capacità o ruoli differiscono.

L’articolo descrive l’intimità matura come una relazione capace di sostenere contemporaneamente due narrazioni. I partner possono avere percezioni, valori, priorità e verità diverse senza che una versione invalidi automaticamente l’altra. Al contrario, il pensiero dicotomico può produrre una dinamica in cui entrambi perdono, basata su idee come “tocca a me” oppure “se è permesso a te, dovrebbe esserlo anche a me”.

Quando le persone si concentrano sull’equità, suggeriscono gli autori, dovrebbero fermarsi a esaminare ciò che è stato attivato sul piano emotivo. Invece di discutere se un evento sia giusto, raccomandano di chiedersi che cosa sia accaduto, quale limite possa essere stato oltrepassato e dove una persona si senta ignorata, mancata di rispetto o non sufficientemente apprezzata.

Alla fine Dov sostituì la sua affermazione secondo cui la situazione era ingiusta con un’espressione più vulnerabile: temeva che Alice preferisse l’altro uomo e lo lasciasse. Quella confessione identificò la paura alla base della sua argomentazione e permise alla coppia di affrontare i desideri di entrambi i partner, invece di continuare a discutere su quale esperienza fosse più giustificata.

L’alternativa proposta consiste nel sostituire “Non è giusto” con espressioni come “Non mi sento visto” oppure “Ho paura che tu mi lasci”. Gli autori sostengono che questo cambiamento possa aiutare le coppie a passare da un conflitto binario a una relazione più differenziata, nella quale entrambe le prospettive e le esigenze rimangano presenti.

Fonti: Psychology Today.