You Can See Everything, il metadocumentario di A24 sull’ex fondatrice di Theranos Elizabeth Holmes, ha suscitato un dibattito sulla possibilità che presenti un ritratto inaccurato della sua protagonista. L’approccio insolito del film lascia gli spettatori a chiedersi se Holmes venga fraintesa oppure se stia tentando di ingannare sia i cineasti sia il pubblico.
Il documentario include una discussione tra Holmes e il regista Nathan Fielder sul significato di “può” nell’affermazione secondo cui un dispositivo “può eseguire ogni test”. Holmes sostiene che l’affermazione sia valida, mentre Fielder si chiede se stia usando la parola nel senso comune. In un’altra scena, Holmes guarda lo sketch “Who’s on First?” di Abbott e Costello e sembra non riuscire—o finge di non riuscire—a comprenderne il gioco di parole.
Prese alla lettera, queste sequenze potrebbero suggerire che Holmes usi il linguaggio in modo insolitamente idiosincratico e che la scarsa comunicazione, piuttosto che la frode, spieghi le sue azioni. Questa interpretazione sarebbe fuorviante. Il caso contro Holmes riguardava documenti finanziari falsificati, campioni di sangue diluiti e affermazioni secondo cui Theranos aveva utilizzato il proprio dispositivo quando in realtà i campioni erano stati analizzati da laboratori esterni.
Tuttavia, il film non si presenta come un documentario convenzionale concepito per stabilire una ricostruzione definitiva degli eventi. Fielder riconosce fin dall’inizio di non avere una conoscenza approfondita della scienza, e i cineasti non coinvolgono altri specialisti per fornire una spiegazione più ampia della tecnologia o del caso. Le loro scelte sembrano deliberate e indicano che il film non sta tentando di stabilire “che cosa sia realmente accaduto” secondo le modalità tipiche del documentario.
Gli scambi sul linguaggio possono quindi essere interpretati come tentativi di confrontarsi con Holmes alle sue condizioni. Fielder potrebbe mettere alla prova fin dove può spingersi accettando le sue premesse, invece di creare semplicemente ambiguità per ottenere un effetto drammatico. Allo stesso modo, la scena di “Who’s on First?” potrebbe essere un test della reazione di Holmes. Sebbene sembri ridere mentre guarda lo sketch, nega di comprenderlo, lasciando aperta la possibilità che stia usando la situazione per nascondere le proprie intenzioni.
L’accesso prolungato dei cineasti a Holmes e al suo compagno, Billy Evans, non si traduce in un accesso chiaro ai loro pensieri interiori. Al contrario, il film si concentra sulla distanza che permane tra i soggetti e le persone che li stanno filmando. Le ripetute affermazioni di Holmes secondo cui si starebbe mostrando in modo autentico si scontrano con l’impressione che stia restituendo ai cineasti le loro stesse aspettative.
Di conseguenza, You Can See Everything viene presentato come esplorativo anziché definitivo. Non promette di rivelare “la verità su Holmes”, e il suo rifiuto di avanzare le consuete pretese documentaristiche è centrale per il suo effetto. Il film potrebbe non essere accurato nel senso tradizionale, ma l’argomentazione è che non dovrebbe essere giudicato come una ricostruzione fattuale standard. Il suo soggetto è in parte la difficoltà di determinare che cosa, se mai, Holmes stia rivelando.
Fonti: Psychology Today.