Nelle diverse tradizioni, l’amicizia spirituale è stata descritta come una fonte di guida e sostegno sul cammino verso una maggiore comprensione. Il termine gaelico “anamchara”, che significa “amico dell’anima”, indica una persona fidata con cui condividere interrogativi ed esperienze spirituali.
In ambito buddhista, “kalyana-mittata”, o amicizia virtuosa, descrive compagni che sostengono reciprocamente la propria pratica attraverso onestà, saggezza e fiducia. L’articolo cita insegnamenti buddhisti che presentano queste relazioni come una componente centrale della vita spirituale, aiutando i praticanti a imparare dall’esempio di persone dedite alla compassione e al discernimento.
Un amico spirituale non deve necessariamente essere un proprio pari. L’articolo indica anche insegnanti, comunità di fede, gruppi di sostegno e sangha buddhisti come possibili fonti di incoraggiamento, guida e stimolo. Richiama un elenco di qualità di un amico spirituale monastico contenuto nell’Anguttara Nikaya, tra cui la pazienza nell’ascoltare, il rispetto, l’affabilità e la capacità di offrire consigli saggi.
Secondo l’articolo, il valore di questa compagnia non consiste nel rafforzare l’ego di qualcuno, ma nel sostenere il cambiamento. Una persona fidata può incoraggiare la generosità al posto dell’avidità, l’amore al posto dell’odio e la saggezza al posto dell’ignoranza: le tre tendenze nocive che nel buddhismo sono descritte come avidità, odio e illusione della separazione.
La riflessione collega inoltre l’amicizia spirituale all’Ubuntu, un concetto africano spesso tradotto con “io sono perché tu sei”. Presenta il legame tra le persone come un promemoria del fatto che nessuno vive isolato e che le relazioni fondate sulla cura possono superare le differenze di razza e credo. L’articolo è tratto da “By Your Side: How to Find Soulful Allies and Become One to Others”, pubblicato da Shambhala nel 2024.
Fonti: Psychology Today.